Gli studi sulle classi sociali in italia - 1a parte
di Alberto Galanti---25-02-2025
Paolo Sylos Labini nella prefazione al suo libro nel 1974 scrisse che era stato mosso da due preoccupazioni: la prima era che ai partiti della sinistra doveva essere fornito un quadro aggiornato della struttura sociale italiana per affinare le loro analisi e sviluppare un’azione politica più aderente alla realtà in mutamento. La seconda preoccupazione era un nuovo rischio di avventure autoritarie e fasciste. Dieci anni prima c’era stato il tentativo di golpe del Generale De Lorenzo e successivamente con le stragi si voleva creare nell’opinione pubblica una reazione politica che favorisse un restringimento delle libertà. In realtà i conservatori e i reazionari mal tolleravano i socialisti al governo. Già nel 1966 con la legge sui licenziamenti “per giusta causa” si era tolta un’arma di ricatto antisindacale ai datori di lavoro. Per non parlare dello Statuto dei diritti dei lavoratori nel 1970 dove, tra l’altro, si impediva al datore di lavoro di costituire un sindacato aziendale, cosiddetto “Giallo”, totalmente asservito. Il potere politico doveva essere quindi costretto a impedire la prosecuzione delle lotte del movimento operaio con misure eccezionali. Per scongiurare tale rischio il PCI, il PSI e l’insieme del movimento sindacale avevano la necessità di sviluppare una politica di alleanze nei confronti di pezzi di quel ceto medio che aveva assunto negli anni una notevole consistenza e che poteva rappresentare una facile massa di manovra per fini eversivi.
Ma quale era la situazione dell’epoca?

L'operaio massa
Un enorme numero di persone era arrivata al nord lasciando una vita agricola dura e scarsamente remunerativa. L'obiettivo ambizioso era diventare operai in una grande azienda metalmeccanica, siderurgica, tessile, chimica, delle costruzioni. Ma si accorsero subito che prima dovevano essere pronti a fare tutto e ad alloggiare da chi era disposto ad affittare locali. Ricordiamo i cartelli “non si affitta ai meridionali” affissi sui portoni dei palazzi. La lotta per la casa divenne la prima forma di mobilitazione a cui costoro non erano abituati. Successivamente conobbero le lotte sindacali nelle fabbrichette dove venivano usati per le mansioni più umili e faticose essendo scarsamente qualificati e, spesso, semianalfabeti. Oggetto di attenzione prevalente del movimento studentesco, venivano invece vissuti come un problema dal movimento sindacale organizzato e dalla aristocrazia operaia rappresentata fino a quel momento dagli operai specializzati. Loro erano “l'operaio massa” ma il loro numero riuscì a condizionare le scelte sindacali.

Una nuova politica rivendicativa
Nel 1969 con l'aumento uguale per tutti, la riduzione a 40 ore di lavoro e la contrattazione aziendale, dai metalmeccanici era stata fatta una scelta politicamente molto significativa. Una scelta che avrebbe però portato qualche sgradita conseguenza. Infatti per gli impiegati il datore di lavoro poteva intervenire con la logica del “divide et impera” elargendo integrazioni individuali discrezionali. Si ebbero contraccolpi anche tra gli operai specializzati che erano stati per anni il fiore all'occhiello delle centrali sindacali. Senza di loro il sindacato in fabbrica non sarebbe mai riuscito a entrare e a restarci. Usciti dagli istituti professionali, rispettati gioco forza dai capi per la competenza nel loro mestiere, tornitori, fresatori, stampisti, manutentori, saldatori, collaudatori, riparatori, ecc. non accettavano lo stesso aumento dei nuovi operai dequalificati appena entrati ai livelli più bassi. Tra loro, sindacalizzati della prima ora, che per una vita aveva lottato in prima linea per i propri diritti collezionando a volte sconfitte e minacce, il sindacato fece fatica a mantenere il consenso.

La risposta democristiana e le complicità di un'opposizione miope

Le baby pensioni
Nel 1973 la DC con il governo Rumor e il silenzio colpevole dell'opposizione, aveva varato una legge che mandava i dipendenti pubblici in pensione dopo 20 anni, ridotti a 15 per le donne sposate e con figli. Alla vigilia della crisi petrolifera che di lì a poco avrebbe creato enormi problemi all'industria e all'economia, con un rapporto Debito / PIL ancora di scarsa entità (poco più del 50%, in Italia si favorivano ceti sociali che avrebbero dimostrato la loro gratitudine al governo e fornito l'occasione per un gigantesco recupero clientelare del turn over nella pubblica amministrazione. Tutto messo nel conto che avrebbero pagato le successive generazioni di giovani. Un’opera di ingegneria sociale irresponsabile messa in atto contro gli interessi dei dipendenti privati, della sinistra e delle sue organizzazioni il cui potere politico finiva per tornare a essere bilanciato.

Le intollerabili diversità di trattamento
Nel 1972 uscì il libro “la giunga retributiva” di Ermanno Gorrieri che obbligò tutti a prendere atto di un problema che si preferiva non vedere, perché le corresponsabilità del sindacato nell'alimentare le diseguaglianze all'interno del mondo del lavoro venivano messe in luce. A parità di mansioni o di funzioni, le retribuzioni di settori privilegiati, alcuni servizi pubblici, enti pubblici come ENEL e ENI o le Banche per fare solo degli esempi, erano scandalosamente diverse da quelle dei privati. Nelle banche un accordo sindacale sanciva l'ereditarietà del posto di lavoro; consentiva ai figli di prendere il posto dei padri che anticipavano la pensione. Ermanno Gorrieri affermava senza giri di parole che la proletarizzazione dei ceti medi era, in molti settori, una solenne bufala. Oltre al fatto che il termine proletario era diventato già allora etimologicamente fuori luogo.

Sylos Labini voleva che fosse chiaro che la società stava cambiando e che le vecchie ricette della politica di sinistra, quando non erano controproducenti, diventavano quantomeno insufficienti. Incredibilmente vennero dal PCI le critiche più dure alla ricerca di Sylos Labini. L'autorevole rivista dell'Istituto Gramsci individuava nella ricerca (cito testualmente) “profonde carenze dovute ai limiti propri a tutta la statistica sociale borghese”. La chiusura ideologica prevalse malgrado risultato elettorale delle politiche del 1976 con l'avanzata del PCI che si prese anche i tanti seggi persi tre anni prima dallo PSIUP a causa del mancato raggiungimento del quorum, e una piccola parte di quelli socialisti e socialdemocratici. Un risultato elettorale paradossalmente ottenuto con una politica economica all'insegna della responsabilità e della affermazione di una proposta di governo basata sulla “austerità come occasione di cambiamento” promossa da Berlinguer e Luciano Barca. Una politica che, chiedendo alla classe operaia di farsi carico dell'interesse nazionale, considerava strategica l'alleanza coi ceti medi e con ambienti cattolici e socialisti, ed era coerente con le analisi di Sylos Labini.
Purtroppo i fautori del “compromesso storico” finirono per liquidare con supponenza la “alternativa socialista” proposta da Craxi, diventato nel 1976 leader del PSI con una linea completamente diversa da De Martino, accusato di aver reso i socialisti subalterni al PCI condannandoli alla sconfitta. Produsse inoltre malumori e divisioni anche all'interno del mondo comunista e di sinistra. Per non parlare della recrudescenza della lotta armata che due anni dopo, col rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, seppellì ogni tentativo di fare del PCI un partito con una mentalità di governo.
Prova ne sia l'ostinazione con la quale nel 1980 Berlinguer entrò a gamba tesa nella vertenza Fiat che durava da oltre un mese e per la quale il sindacato dei metalmeccanici aveva rotto le trattative e organizzato i picchetti ai cancelli. Durante un comizio davanti alla fabbrica il segretario del PCI promise che il suo partito sarebbe stato a fianco dei lavoratori nel caso avessero deciso di occupare la fabbrica. Questa invasione di campo produsse gravi crepe nell'unità del sindacato. Finita anche la mediazione istituzionale con la caduta del governo Cossiga, la reazione dell'azienda non si fece attendere molto. Cogliendo la palla al balzo, ritirò i 15 mila licenziamenti proposti inizialmente come oggetto di trattativa, e mise 23mila dipendenti in cassa integrazione a zero ore. Due settimane dopo scesero in piazza a Torino, in una manifestazione che segnò la fine in Italia del ciclo della “conflittualità permanente”, migliaia di cittadini (la “marcia dei 40 mila”) in prevalenza quadri della Fiat ma anche commercianti, piccoli industriali, operai, artigiani. Manifestavano pubblicamente il loro sostegno alla dirigenza FIAT e la loro contrarietà verso chi voleva condizionare in modo rilevante il governo della più importante industria italiana, mettendo a repentaglio gli interessi di tutti.
Purtroppo l'errore del PCI non fu solo quello. Nel 1984 organizzò il referendum per l'abrogazione del decreto di San Valentino che bloccava la “scala mobile”. Lo scopo del governo era difendere i salari reali dall'inflazione a due cifre che la scala mobile contribuiva a far salire. Il sindacato assunse una posizione di neutralità mentre il PCI guidò la battaglia referendaria e, nel 1985, andò da solo incontro a una solenne sconfitta. Dal ministro del Lavoro Gianni De Michelis (primo e secondo governo Craxi) vennero anche due tentativi (1983 e 1986) di cancellare le baby pensioni. Tentativi naufragati per la caduta dei due governi. Gli esecutivi duravano sempre poco ed era frequente che le buone intenzioni rimanessero tali.

Cosa ho voluto sottolineare con questo schematico riassunto di un periodo burrascoso? Voglio solo che si capisca bene che non è stato l’abbandono della lotta di classe e il tradimento della classe operaia a vantaggio dei ceti medi e della borghesia ad aver progressivamente ridotto le forze del movimento dei lavoratori. È vero il contrario. Quando la sinistra e il sindacato si sono ostinati a non tener conto di quanto andava oltre le categorie tradizionalmente oggetto della loro attenzione hanno avuto un contraccolpo politico ad opera di strati sociali che nel frattempo erano cresciuti e diventati interlocutori delle altre forze in campo.