Congo, ostaggio di estrattori di terre rare e metalli preziosi
01-02-2025
In terra d'Africa, è difficile difendere i propri confini se il sottosuolo è ricco di immense risorse minerarie. Ci vuole una gran fortuna a non nascere in territori contesi per le loro ricchezze. Uno paese emblematico è il Congo. Cobalto, uranio, oro, coltan e rame, sono esattamente gli oggetti della contesa, i minerali che fanno gola al mercato globalizzato. C'è un bisogno inesauribile in Occidente e in Cina di costruire dispositivi digitali e strumenti per la transizione ecologica. Soprattutto i player cinesi detengono il monopolio dei siti delle estrazioni.
Un tempo gli Usa detenevano le concessioni delle miniere di cobalto nell'ex-Zaire, poi cedute ai cinesi al tempo dell'Amministrazione di Barack Obama e nel corso della prima Amministrazione di Donald Trump. Joe Biden per via del monopolio cinese nelle miniere congolesi si era mostrato contrario all'estrazione, a favore dell'energia pulita, mentre nel 2022 una Commissione del Congresso degli Usa aveva raccolto dati e testimonianze sullo sfruttamento minorile e sulle pratiche illegali che accompagnavano queste politiche.
Se decenni fa il colonialismo fu fonte di sfruttamento e di sofferenze per gli africani, insieme a usanze tribali, differenze razziali e religiose, adesso sono le politiche predatorie delle grandi potenze, soprattutto della Cina, che attraverso una galassia ben assoldata di miliziani armati, si è accaparrata di siti estrattivi importanti causando le nuove catastrofi umanitarie.

L'attacco alla città di Goma di qualche giorno fa con 3/ 4mila soldati, nella parte Est del Congo, da parte del Movimento 23 del Ruanda e di altri gruppi di miliziani, è un riflesso non soltanto delle rivalità tra grandi potenze ma anche dei paesi vicini interessati all'estrazione delle terre rare. Lo stesso Ruanda produce dispositivi digitali e ha bisogno di questi minerali, ha una buona industria ed è governato dal presidente Kagame, molto popolare nel paese.
In queste zone si verificano costantemente furti di oro e di terre rare, cobalto e coltan.
Nell'eccidio di qualche giorno fa, sono morti oltre 100 persone ed è in corso tuttora una massiccia fuga di civili tra violenze ed uccisioni. Migliaia di miliziani si stanno muovendo lungo la parte orientale del Congo, dal Nord Kivu al Sud Kivu, limitrofi al Lago Kivu, tra Goma e Bukavu, in territori ricchi soprattutto di coltan e cobalto, prezioso per il funzionamento delle batterie elettriche. Si è riacceso l'antico conflitto tra i due paesi, che si protrae da oltre trenta anni e che si ripete quando cambiano gli attori mondiali o si aggiungono gli appetiti degli altri stati attorno come Uganda, Burundi o Tanzania. Che sono allo stesso tempo paesi di prima di accoglienza per i rifugiati ma anche soggetti interessati allo sfruttamento del ricco sottosuolo del Congo.

Nella memoria dei ruandesi, è forte la memoria del genocidio del 1994 compiutosi in quattro mesi, tra aprile e luglio, tra Hutsi e Hutu. Una guerra che comportò circa 800.000 morti (secondo le stime di Human Rights Watch).
A scatenare l'odio cieco che caratterizzò il conflitto, le differenze razziali e la componente socio-economica troppo disuguale tra le due etnie, pilotata dal colonialismo belga allora presente nel paese.
I Tutsi, il 25% della popolazione, col favore dei belgi, beneficiarono di un maggiore benessere, raggiunsero posizioni di potere e un discreto successo negli scambi commerciali, mentre gli hutu rimasero agricoltori e con guadagni e retribuzioni basse.

In futuro, date le premesse, l'America di Trump non vorrà lasciare libero il passo all'espansione cinese. L'interesse per le terre rare presenti nel sottosuolo congolese è troppo importante per l'economia, per la produzione dei dispositivi digitali, per l'industria e per l'impiego nell'energia pulita. I due grandi competitor internazionali, saranno portati, a breve, ad una maggiore competizione e a conseguenze ancora più distruttive e disgreganti per le popolazioni africane coinvolte, che vedranno una maggiore radicalizzazione dei loro problemi e scarse opportunità di sviluppo.