ripartiamo
di Giuseppe Izzo---26-02-2018
La vittoria dei 5 stelle a Roma ha chiuso una fase durata più di venti anni con un consolidato bipolarismo a netto vantaggio del centro-sinistra (il cosiddetto modello Roma).
La chiusura del ciclo è stata particolarmente negativa con una schiacciante dei pentastellati. Il loro risultato non era inatteso, clamorosa la dimensione.
Le cause della sconfitta vanno ricercate nella progressiva abdicazione politica del PD ( PDS e DS) a favore degli atti amministrativi di giunte legate a significative figure della politica romana, quali Rutelli e Veltroni, che hanno impedito la crescita di una nuova classe dirigente.
La loro successiva scelta di proporsi sullo scenario nazionale, peraltro con scarsa fortuna, il tema della sicurezza portarono alla scellerata esperienza Alemanno.
In quel periodo altri personaggi di spicco del PD preferirono la via dell’impegno nazionale.
L’esperienza Marino disarticolata dalla mediazione del partito ha rappresentato il culmine dell’arretramento del PD, in perenne conflitto con il sindaco e con il suo più stretto entourage sino allo scoppio dell’inchiesta di Mafia Capitale.
Quell’intreccio criminale, nato e cresciuto durante la gestione Alemanno, ha coinvolto esponenti del partito romano ormai inesistente e quindi permeabile a fenomeni di malaffare.
La fallimentare esperienza della giunta Raggi, sia sulla trasparenza delle nomine, che sull’attività amministrativa, di fatto inesistente, non deve illudere.
Il PD deve ricostruirsi dopo un lunga fase di assenza sui temi che si sono presentati nell’arco di questi anni.
L’immigrazione, il pendolarismo, il ritiro delle grandi aziende pubbliche hanno segnato la storia della capitale.
Anche la legge sull’elezione dei sindaci ha contribuito al processo di sfarinamento politico del partito. L’onere dell’amministrazione è stato delegato alla sola figura del sindaco e ai suoi più stretti collaboratori, riducendo o azzerando il ruolo politico del consiglio.
L’ampio potere assegnato al primo cittadino, prevedendo anche quello di mandare a casa l’assemblea consiliare, ne ha ulteriormente ha depotenziato il suo ruolo, esponendo i suoi membri ad operazioni "di bassa cucina politica".
Di questa situazione il PD ne ha subito pesanti conseguenze.
Ha progressivamente perso la sua capacità di percezione dei mutamenti in atto nella società, con un dibattito spesso autoreferenziale e sordo alle istanze espresse dalle professionalità della società civile, perdendo così la capacità di parlare sia con un ragazzo dei Parioli, che con un coetaneo di Torre Angela.
La ricostruzione del partito si avvia con la passione e la competenza, coniugate a una seria riflessione sull’aspetto istituzionale di Roma Capitale.
E’ un territorio di 1.285 Kmq, interessato da mutamenti di scala locale e globale che si sono succeduti nell’ultimo ventennio e che sono stati (in)governati con strumenti rimasti quasi immutati nel corso degli anni.
Percorribile l’ipotesi di un governo della città metropolitana con compiti di programmazione strategica e strutturale con comuni metropolitani (Municipi) con vere deleghe operative, realizzando un effettivo decentramento.
Gli organi assembleari dovrebbero essere eletti proporzionalmente, rappresentando essi parti di città più grandi di una media città italiana.
Grande attenzione andrebbe posta alla formazione delle liste e alle migliaia di voti che spesso hanno premiato candidati che hanno veicolato corruzione nella gestione del potere amministrativo.